Lecco, giornata contro il bullismo: Giada e lo sceneggiatore di Nudes ospiti di Noi Bertacchi

L’obiettivo, adesso, è quello di organizzare un forum delle famiglie, momenti di condivisione per affrontare i problemi del bullismo, delle difficoltà dei propri figli, fronteggiare le situazioni di eventuale emergenza «perché già il mettere in comune i problemi costituisce un aiuto».
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La giornata contro il bullismo – ieri a Lecco – ha visto ancora una volta mobilitata l’associazione “Noi Bertacchi” che ha promosso in mattinata un incontro con gli studenti dell’istituto di via XI Febbraio e in serata con i genitori alla scuola media Ticozzi di San Giovanni. Protagonista Giada Canino, la diciannovenne calolziese con sindrome di Down, campionessa mondiale, europea e italiana di danza paralimpica, presa di mira in internet con una serie di insulti (immaginateveli) e ora diventata testimonial della Regione Lombardia contro bullismo e cyberbullismo. Con la collaborazione di Claudia Conidi Ridola, la giovane ha raccontato la sua esperienza in un libro, “Bulldown”, pubblicato lo scorso anno da Mursia.
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Ieri sera, dopo il saluto di Flavio Bisaglia, presidente dell’associazione delle famiglie della scuola Ticozzi, sono intervenuti la stessa Giada Canino e il papà Elio che hanno raccontato la loro esperienza, l’ispettore della Polizia di Stato Italo Cantù e il regista e sceneggiatore Giulio Fabroni che ha concentrato la propria attenzione su un altro fenomeno devastante anche tra i giovani, il “revenge porn” e cioè la diffusione attraverso smartphone e internet di foto intime, il referente del gruppo #Mai più bullismo Biagio Di Liberto e l’assessore comunale al Sociale Emanuele Manzoni. 
A condurre l’incontro, Davide Panzeri e Valeria Cattaneo dell’associazione “Noi Bertacchi”.
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Introducendo gli ospiti, Panzeri ha ricordato come la propria associazione organizzi ormai da diversi anni iniziative di sensibilizzazione nella giornata contro il bullismo. Ha ricordato, inoltre, che “Noi Bertacchi” quest’anno compie i dieci anni di vita. Un traguardo che sarà festeggiato probabilmente il prossimo mese di aprile.
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«Il mio grande sogno – ha detto Giada non senza un momento di commozione – è la danza. E tre anni fa qualcuno, su internet, ha cercato di distruggere quel sogno, Hanno scritto parole violente che mi hanno fatto male. Parole lanciate come pietre. Ogni insulto era una ferita. Mi chiedevo perché capitasse a me, mi sentivo fragile e sbagliata, mi sentivo sola. Poi, ho capito che chiedere aiuto non è una debolezza, ma una forza. Bisogna dire che gli atti di bullismo non sono una ragazzata, ti restano dentro, ti uccidono. Volevano distruggere i miei sogni, ma ho scelto di non arrendermi, di resistere, di continuare a danzare. E anche oggi vado avanti. Sono diventata campionessa italiana e poi europea e poi mondiale di danza paralimpica. Nessuno deve sentirsi sbagliato, deve rinunciare ai propri sogni, a essere sé stesso. Io sono Giada e non mi fermo».
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E’ poi intervenuto papà Elio: «Nell’agosto del 2022, mentre controllavo i social di Giada, mi sono accorto di quei commenti non belli. A lei ho detto di continuare, di non leggere i commenti. Poi, nell’aprile del 2023, Giada mi ha chiamato e mi ha chiesto come mai scrivessero quelle cose: “Perché ho la sindrome di Down? Perché sono brutta? Perché sono diversa?”. Mi è caduto il mondo addosso. E allora sono andato nella sua cameretta e abbiamo fatto un video rivolto a quei mocciosetti che la prendevano in giro, tutti ragazzi tra i 12 e i 13 anni: abbiamo chiesto loro cosa gli avessero insegnato i genitori. Quel video è diventato virale, ha avuto sette milioni di visualizzazioni. Da lì è cominciata la nostra battaglia contro il bullismo. Ci ha ricevuto l’assessore regionale Elena Lucchini e la Regione ha deciso che Giada facesse da testimonial. In questi tre anni è stata a Milanello con il Milan, l’anno scorso con il canottiere mandellese Andrea Panizza, quest’anno ha fatto un video da sola».
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Ha poi proseguito: «E’ difficile dire ciò che si prova, è qualcosa che viviamo ancora oggi. Sono tre anni che andiamo da medici. Fisicamente Giada sta bene, ma quelle parole le hanno lasciato un segno dentro. Però, ci siamo resi conto che con le semplici parole di Giada i ragazzi capiscono meglio cosa significhi essere vittima di bullismo. Ci chiamano tante scuole e questo a Giada fa bene anche psicologicamente, perché si rende conto che può aiutare qualcuno. Se un genitore sa che il figlio è bullizzato deve denunciare. A marzo eravamo a Matera, Giada ha parlato davanti a 250 ragazzi delle scuole medie. Tra quei ragazzi ce n’erano un paio che avevano compiuto atti di bullismo. Alla fine di quella giornata, quei due ragazzi, uno addirittura in pianto, si sono avvicinati a Giada e le hanno detto che non l’avrebbero più fatto. Ciò ci ha incoraggiato ad andare avanti. Ci siamo resi conto che si può arrivare al cuore delle persone».
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Successivamente, è stata la volta dell’ispettore Cantù che ha affrontato gli aspetti giuridici della questione: «Spesso i ragazzi non si rendono conto della potenzialità di una qualsiasi cosa scritta in internet. Ormai ci sono i gruppi di classe su WhatsApp dove a volte ai ragazzi capita di litigare: si comincia con gli insulti e poi si trascende, magari si pubblicano foto “compromettenti”. I giovanissimi non capiscono: una cosa che sembra solo una goliardata, dall’altra parte è vissuta come una violenza. E in effetti quando se ne rendono conto si pentono. Quando andiamo nelle scuole, qualche professore ci chiede di “farli spaventare”. E allora citiamo qualche esempio, raccontiamo che la sim del loro cellulare è intestata ai genitori e che questo mette tutti in pericolo: se la vittima sporge querela, noi abbiamo l’obbligo dell’azione penale e il caso finisce al tribunale dei minorenni che ordina un’inchiesta per verificare se si sia trattato di un qualcosa scappato di mano in un momento di euforia o se ci sono condizioni famigliari di un certo tipo. Si tratta di inchieste che durano un anno e anche più, una serie di interrogatori che coinvolgono i genitori. E alla fine la relazione finisce dal giudice che, in casi estremi, può anche decidere di sospendere la patria potestà. I reati sono principalmente di diffamazione e riguardano appunto commenti e insulti, ma se si diffondono fotografie di nudo, magari solo per fare uno scherzo a qualcuno, si viene perseguiti anche per il reato di pedopornografia. Che è gravissimo. Molti hanno preso coscienza di quanto sia facile mettersi nei guai».
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Mettersi nei guai per superficialità o leggerezza, come ha sottolineato Fabroni che, in qualità di sceneggiatore ha scritto gli episodi per la serie “Nudes” trasmessa dalla Rai nei quali appunto si affronta il tema del revenge porn e cioè la diffusione di foto intime. «Certo, il comportamento dei ragazzi e delle ragazze che si inviano foto intime può essere anche stigmatizzato, ma non tocca a noi a giudicare. Sono gli anni dell’adolescenza, della crescita, della scoperta del proprio corpo e della sessualità. Ma occorre valutare attentamente ciò a cui si va incontro se le persone a cui si invia qualcosa non sono più che fidate. Altrimenti quelle foto possono circolare dappertutto: di cellulare in cellulare, finire in internet. Segue l’umiliazione che diventa vergogna e ciò rende più difficile alla vittima chiedere aiuto. Diventa più difficile se si ha paura di essere colpevolizzati. Che il revenge porn sia riconosciuto come reato consente di intervenire, si può perseguire il responsabile, ma quelle immagini se girano in internet, anche se in qualche modo vengono cancellate, resteranno sempre in giro e un giorno potrebbero risaltare fuori. Occorre distinguere tra la responsabilità e la colpa e far pesare la colpa. E deve farlo chi sta attorno alla persona responsabile. Deve esserci quello che dice no, io non voglio partecipare a questo gioco. I giovani conoscono la situazione, sanno che possono alzare la voce e che non sono soli».
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Da parte sua, Di Liberto ha detto che «i nostri ragazzi senza di noi sanno fare un sacco di cose. Il problema è dove siamo noi, quali parole usiamo e quali non sappiamo dire. Bisogna imparare a stare accanto a chi ha un silenzio che vuole essere ascoltato.» E per misurare la gravità degli atteggiamenti di bullismo non «bisogna chiedersi quante volte siano successo certi episodi, bensì quanto dolore provi la vittima».
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«Tutti ci chiediamo cosa fanno i nostri figli – le parole dell’assessore Manzoni - dove vadano, chi vedano. Ma dobbiamo anche chiederci quale tipo di comunità abbiamo strutturato: la prepotenza, la prevaricazione. Ci sono capi di Stato che usano un linguaggio di odio e di violenza: non ci si può aspettare che da questa semina escano comportamenti corretti. Bisogna aiutare l’immane sforzo del personale scolastico tutto per crescere persone che si rendano conto di quello che fanno e non infieriscano sul più debole. Noi tutti abbiamo le nostre fragilità. Oggi vediamo nei nostri giovani una fatica che non possiamo addebitare solo a loro. Quanto succede nella scuola e ciò che succede anche fuori. Servono valori e collaborazione, portando al centro di tutto la persona».

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D.C.
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