Presentato il libro sulla Badoni. Una dinastia famigliare nel segno dell’industria

Presentato ieri sera il libro che ripercorre i 250 anni della “Badoni”, una delle aziende storiche lecchesi, il cui marchio è sopravvissuto alla pesante crisi degli anni Ottanta del Novecento quando la fabbrica di corso Matteotti chiuse definitivamente i battenti. Ora, infatti, la sigla dell’Antonio Badoni campeggia sui capannoni della Bonfantitalgrù di Ambivere. Ed è stata proprio l’impresa con sede nella Bergamasca a promuovere la pubblicazione del volume stampato dall’Editore Cattaneo, destinando il ricavato delle vendite al nucleo Alzheimer dell’Istituto Airoldi-Muzzi di Germanedo.
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Per la presentazione di una storia di una delle aziende più rappresentative di Lecco non poteva naturalmente esserci cornice migliore che il palazzo neogotico di corso Matteotti, l’edificio rimasto del grande complesso industriale cittadino, diventato sede della Fondazione comunitaria del Lecchese che ha scelto di battezzarlo “Officina Badoni”.
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Non per niente, Giorgio Cortella – uno degli autori cardine del volume – ha parlato di una grandissima emozione quella di ritrovarsi all’Officina Badoni per parlare di quella fabbrica che sul luogo ha scritto pagine importanti dell’economia lecchese. Del resto – come ha detto il moderatore dell’incontro, il presidente dell’Officina Gerenzone Paolo Colombo- «non si poteva che parlarne qui, nell’ultimo manufatto che rimane, riaperto dopo vent’anni di abbandono». 
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Coautori del volume con Cortella, Gianfranco Colombo e Francesco D’Alessio. Trecentocinquanta pagine di testo accompagnato da un ricchissimo corredo iconografico che ci accompagna per oltre due secoli, “Da Badoni a Bonfantitalgru: da 250 anni una storia senza fine” (questo è il titolo) muove dalla tesi con la quale proprio Cortella si laureò ormai quarant’anni fa, tesi che rielaborata divenne a sua volta libro, pubblicato nel 1988 dalla “Franco Angeli”: “I Badoni e l’industria del ferro nell’Ottocento lecchese”. Quel racconto si fermava all’inizio del Novecento, prima che l’azienda fosse guidata da quel Giuseppe Riccardo Badoni che la fece assurgere a importanza mondiale. Da molto tempo era maturata l’idea, quindi, di una storia che, da un capo del racconto descrivesse le origini di un’industria e di una dinastia, dall’altro ricostruisse il periodo novecentesco fino agli sviluppi attuali. Ora, il coronamento.
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Nel proprio saluto ai partecipanti, la presidente della Fondazione comunitaria Maria Grazia Nasazzi ha ricordato come ormai si sia formata una compagnia di amici, visto che ci si ritrova quasi tutte le sere con riferimento alle due organizzazioni – l’Officina Gerenzone appunto e l’Associazione Giuseppe Bovara – promotrici della presentazione e che negli ultimi mesi hanno in effetti proposto una serie di conferenze di particolare interesse storico per i lecchesi.
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Ed è stato il presidente della “Bovara”, Pietro Dettamanti, a ricordare appunto come negli ultimi decenni molto si sia fatto per non disperdere un patrimonio: partendo proprio dal primo libro di Cortella, continuando con quello di Andrea Colli del 1999 (“Legami di ferro: storia del distretto metallurgico e meccanico lecchese tra Otto e Novecento”), passando per il trasferimento degli archivi Badoni al Politecnico dove è stata realizzata la sezione archivistica dei musei lecchesi, arrivando infine al romanzo di Lorenzo Bonini e Paolo Valsecchi sulla famiglia Badoni (“Una casa di ferro e di vento”), uscito nel 2024.
«Per molti lecchesi – ha sottolineato Paolo Colombo – la “Badoni” non c’è più ormai dal 1993, ma in realtà la storia è andata avanti e il marchio esiste ancora».
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E’ stata quindi Paola Bonfanti, amministratrice delegata della Bonfantitalgrù, dopo avere ricordato come la propria azienda sia stata avviata «da papà Renato che ha cominciato a lavorare a 16 anni e a poco a poco ha costruito una grande impresa e ancora lavora a quasi ottant’anni», ha sottolineato come «dalla Badoni abbiamo preso non soltanto il marchio ma anche la filosofia: duro lavoro, limpida onestà, innovazione».
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E’ stata poi la volta degli autori. Cortella ha appunto spiegato come si sia cominciato a parlare di questo libro addirittura dodici anni fa. Già allora, Cortella e Gianfranco Colombo scrissero la gran parte dei capitoli. Poi, per i motivi più svariati, l’opera è rimasta congelata. Finché, un anno e mezzo fa ci si è messi a lavorare seriamente al progetto, concludendolo con l’intervento anche di Francesco D’Alessio per la parte della storia più antica. «Ciò che è certo – ha concluso - è che la Badoni fa parte dell’identità di questo territorio».
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Da parte sua, Gianfranco Colombo, ha raccontato il Novecento. Partendo quasi dalla fine e cioè dal 1973, quando la “Badoni” realizzò il ponte sul Bosforo che la proiettò nel mondo, alla vigilia però di una crisi industriale dell’intero comparto metalmeccanico lecchese che avrebbe risucchiato anche la fabbrica di corso Matteotti.
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Senza dimenticare che un anno dopo l’inaugurazione del ponte sul Bosforo sarebbe venuto a mancare Giuseppe Riccardo Badoni, la figura chiave, quella che aveva accompagnato la crescita dell’azienda nel corso del Novecento, avendone preso in mano le redini nel 1907, quando dava lavoro a circa 200 operai: l’avrebbe portata negli anni Settanta a oltre 700. Per l’industria meccanica lecchese i primi anni del secolo erano di forte espansione. Lecco era il centro dell’industria lombarda: qui veniva prodotto il 30% della vergella nazionale. Poi ci fu la prima guerra mondiale che fu occasione di ulteriore sviluppo (qui, per esempio, venivano fabbricate le teleferiche utilizzate sul fronte). Poi, già nel 1917 cominciarono ad avvertirsi i primi segnali di rallentamento che l’anno successivo divennero vere e proprie difficoltà. Giuseppe Riccardo Badoni impresse la svolta necessaria costituendo una nuova società con i due ingegneri che avevano progettato proprio le teleferiche. Ma i rapporti con i soci non furono idilliaci, perché Badoni non si occupava solo dell’azienda, ma guardava anche alla società: molti anni prima era già stato tra i fondatori della Canottieri, sarebbe poi diventato presidente della Camera di commercio, nel 1922 promosse la mostra agricolo-industriale che si sarebbero poi trasformate nelle celebri Quinquennali, vetrina dell’operosità lecchese, organizzate fino al 1955. 
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Finì che la società si sciolse e Giuseppe Riccardo fondò la “Antonio Badoni”. Gli anni Venti e Trenta furono di grande sviluppo e così gli anni Cinquanta e Sessanta, Poi c’è l’aspetto famigliare: Giuseppe Riccardo si era sposato una prima volta avendo dalla moglie cinque figli, dei quali un solo maschio, quell’Antonio che sarebbe morto in guerra nel 1943 per la disperazione del padre che in lui vedeva il continuatore della tradizione. E dal secondo matrimonio ebbe altre sei figlie. Tante figlie, dunque: Giuseppe Riccardo le spingeva a studiare ingegneria affinché un domani potessero sostituirlo. Soltanto la seconda figlia del secondo matrimonio, Adriana, decise di imboccare quella strada e gli studi promettevano bene senonché un giorno decise di farsi suora di clausura.
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Cortella è invece tornato all’Ottocento, mettendo sotto la lente un altro momento di svolta importante per l’azienda, quella impressa dai fratelli Carlo e Antonio che decisero di passare dalla metallurgica alla meccanica, diversificando la produzione: fornelli, stufe, cucine e diedero impulso all’illuminazione a gas della città: nel 1871 realizzarono l’impianto per la città di Lecco che fino ad allora era illuminata soltanto da cinque lampioni a olio posizionati agli incroci più importanti. La stessa operazione, la “Badoni” fece poi in un’altra ventina di località. Venne poi il tempo della grande carpenteria che è appunto quella per la quale la “Badoni” è ricordata: la stazione centrale di Milano, la Termini di Roma, palazzi, ponti e poi locomotori e funivie…
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D’Alessio si è invece concentrato sugli albori. In origine i “Badoni” erano dei contadini, ma non certo contadini qualsiasi: erano massari, ricchi fattori, di una parte del Vincaninom, tra i rioni di Castello e San Giovanni, una delle aree più fertili della città, di proprietà dei marchesi Serponti di Mirasole ai quali pagavano l’affitto. Siamo nel XVIII secolo. Attorno al 1760 ottennero una fortunosa eredità da parte di un lontano cugino morto a Venezia. In quell’anno il loro patrimonio non aveva nulla di immobiliare, ma solo commerciale; merce da vendere. Ma erano abili nell’amministrare i soldi: «I Badoni non sono nati col martello in mano, ma come movieri di capitali». Emerge la figura di Giuseppe Onorato Badoni che si sposa quattro volte e, per una serie di circostanze, uno dei suoi matrimoni lo coinvolge nel settore industriale.

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Comincia così l’avventura: la partecipazione alla fucina grossa della Castagna data in affitto, la lavorazione della seta, la metallurgia. Nei decenni seguenti sarebbero sorte poi le fabbriche embrione della “Badoni”: a Castello, nella zona del Seminario che allora si chiamava Arlenico, fino ad arrivare a Giuseppe Badoni che tra il 1842 e il 1844 realizza lo stabilimento che i lecchesi più anziani ricordano ancora nell’attuale corso Matteotti, proprio dove sorge l’Officina Badoni: «Furono tutti colpiti da quello stabilimento, per l’epoca fu qualcosa di strabiliante» così come significativo fu l’acquisto della vicina villa acquistata dai Belgiojoso.
Una storia lunga 250 anni: adesso tutta raccontata.
D.C.
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