In viaggio a tempo indeterminato/416: ritorno (rocambolesco) in Perù, 9 anni dopo

Mi ricordo ancora quel momento sull'aereo. Ce ne stavamo andando dopo quasi un mese.
Non eravamo più gli stessi ma ancora dovevamo capire bene il perché.
Quel Paese, quel viaggio, quelle esperienze avevano acceso in noi un pensiero che fino a quel momento era rimasto nascosto dietro la quotidianità che avevamo costruito.
"E se cambiassimo tutto e partissimo per un viaggio a lungo termine?"
Quella domanda, buttata lì tra un "chicken or fish" pronunciato dall'hostess, è risuonata nella nostre teste per settimane. Come la goccia di un rubinetto che perde. Per anni non ci avevamo dato peso a quel gocciolio, ora improvvisamente non potevamo più ignorarlo.
Era il 2017 e quel Paese, quello che ci ha spinto a farci quella domanda, era il Perù.
Sono passati 9 anni da quando eravamo su quell'aereo e in mezzo ci sono state un'infinità di vite, luoghi, avventure.
Oggi rivedo sventolare quella bandiera bianca e rossa al confine e in un attimo si riapre il cassetto dei ricordi di quel viaggio di nozze.
Ieri prima di attraversare la frontiera, abbiamo riguardato le foto di quel periodo.
Eravamo più pasciuti e impacciati, ma avevamo anche uno sguardo diverso. Forse più ingenuo, più intimorito e per alcuni versi più spensierato.
Non so se sono io a vederci così perché ci guardo con gli occhi di oggi. Mi fanno quasi tenerezza quegli Angela e Paolo nella foto.
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Quando passano gli anni, i ricordi di un luogo tendono ad essere migliori di quello che era in realtà. Come se il tempo lasciasse solo tutto ciò che c'era di molto bello, o di molto brutto, e cancellasse il resto.
Per questo motivo, ero preoccupata che il ritorno avrebbe infranto l'immagine del Perù che si era sedimentata nella mia mente.
E devo ammettere che l'inizio è stato piuttosto disastroso.
I guai sono iniziati ancora prima di mettere piede nel Paese.
A fine dicembre il governo dell'Ecuador decide di chiudere tutte le sue frontiere terrestri a eccezione di due. Una a nord con la Colombia e una a sud con il Perù.
Quando leggiamo la notizia, ci troviamo ormai alle ultime tappe del viaggio ecuadoriano. I programmi che nelle settimane prima ci eravamo fatti su quale confine attraversare e che itinerario seguire in Perù, saltano tutti in quei pochi minuti che ci mettiamo a leggere la notizia pubblicata in un gruppo di viaggi su Facebook. (Non avrei mai pensato che un gruppo Facebook ci sarebbe stato utile nel 2026, invece certe pagine restano ancora oggi una fonte fondamentale per chi viaggia).
La scelta obbligata del passaggio di frontiera si è anche tradotta in una deviazione di più di 6 ore per raggiungerla. Ma se fosse stato quello l'inconveniente più grosso, avremmo festeggiato con una bottiglia di pisco.
Il vero disagio è che quel confine, generalmente, lo si attraversa con degli autobus "internazionali" che collegano una città ecuadoriana con una peruviana. L'autista fa scendere tutti ai controlli passaporti alla frontiera e aspetta che tutti abbiano i timbri necessari prima di continuare il viaggio. Semplice, non rapidissimo ma molto comodo.
Il problema però è che da Loja questi autobus internazionali non esistono più, o meglio, esistevano per un passaggio di frontiera che il governo ha chiuso.
Quindi l'unica alternativa per noi è tentare di raggiungere la dogana con due autobus diversi e qualche chilometro a piedi.

La parte dei due autobus fila abbastanza liscia, il problema però si pone con il pezzo da fare a piedi.
Sulla mappa gli uffici di frontiera sono segnati a circa 800 metri da dove ci ha lasciato l'autobus. Li percorriamo speranzosi, cosa vuoi che siano 800 metri.
Quando arriviamo però, ci accorgiamo che quegli uffici indicati sulla mappa non vanno bene per noi. Sono solo per chi esce dal Perù, non per chi entra.
Panico. I prossimi edifici sono a più di 5 km.
Se va male li facciamo a piedi, pensiamo. Un'ora abbondante e dovremmo farcela.
Nel dubbio, però, decidiamo di provare anche a fare autostop per velocizzare i tempi.
Non sono in molti a voler far salire in macchina due stranieri a pochi passi dalla frontiera. E così le auto e i camion ci sfrecciano accanto, come se non ci vedessero nemmeno. A un tratto, però, una macchina accosta e ci fa salire.
Il signore alla guida, che poi scopriamo essere un tassista abusivo, ci racconta che camminare su quella strada è pericolosissimo. "Quelli sono contrabbandieri, qui la polizia non controlla nulla. Se questi vi vedono a piedi vi rubano tutto". Ci dice indicando delle persone in moto appostate ai lati di quella che, a tutti gli effetti, è la strada che passa nella terra di nessuno.
Mi sento sollevata da quel provvidenziale passaggio in auto che, a quanto pare, ci ha evitato guai e chilometri a piedi.
Le pratiche alla frontiera, poi, vanno una meraviglia. Non c'è nessuno. Ma nessuno, nessuno, nessuno. Solo io e Paolo. In meno di 5 minuti riusciamo ad avere il timbro di uscita dall'Ecuador, quello di entrata in Perù, facciamo i controlli degli zaini nello scanner e fuggiamo da un tassista "legittimo" che ci spara una cifra assurda per portarci al primo paesino che dista pochi chilometri.
Usciamo dalla zona della frontiera e come per magia si palesa un nuovo tassista abusivo, con tariffe 10 volte inferiori rispetto a quelle del precedente tassista "legittimo", che ci accompagna alla fermata dei minivan condivisi fino a Mancora, la prima cittadina peruviana sulla costa. 
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Ammetto che il primo impatto in Perù è stato bello tosto. Il tragitto con il minivan l'ho passato con lo sguardo rivolto fuori dal finestrino, alla ricerca di qualcosa che mi ricordasse quel viaggio del 2017.
Non ci ho trovato molto, anzi. In quei primi chilometri non ho visto nulla di familiare o che accendesse un ricordo. Ho notato solo tanta immondizia ai lati delle strade. Quella non ricordavo ci fosse 9 anni fa o, forse, l'avevo semplicemente rimossa dalla mia memoria.
Mi sono sentita come quando torni in un ristorante dove hai mangiato benissimo il giorno prima ma il pasto, la seconda volta, non ti sembra così succulento come ieri.
Ecco, l'inizio del viaggio in Perù mi ha lasciato quella sensazione lì. Un'iniziale delusione ma anche la voglia irrefrenabile di andare a riscoprire quello che 9 anni fa ci aveva affascinato così tanto da spingerci a cambiare definitivamente la nostra vita.
Angela (e Paolo)
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