In viaggio a tempo indeterminato/373: una nottata sconvolgente

Ed è così che una notte qualunque in India si è trasformata in una delle esperienze più indimenticabili della nostra vita.
E pensare che noi la notte non usciamo mai!
Facciamo prima un piccolo passo indietro.
I motivi per cui abbiamo deciso di tornare in questo Paese sono diversi ma ce n'è uno che più di tutti ci ha convinti a premere il tasto "Acquista il biglietto".
Una parola sola: Theyyam.
È una parola strana, credo sia la prima che vedo con due lettere "y" vicine.
La pronuncia è più semplice del previsto perché il "the" si legge "te" e non c'è da spingere nessuna lingua sul palato per creare quel complicato suono inglese.
Il Theyyam è una di quelle situazioni in cui ti senti grato di far parte di un'umanità che porta avanti tradizioni secolari che la modernità, la tecnologia, l'intelligenza artificiale, non hanno saputo scalfire.
Ma allo stesso tempo ti chiedi costantemente se quello che stai vedendo sia reale o se tutte quelle spezie nei cibi alla fine abbiano certi effetti collaterali.
Ma che cosa è questo Theyyam e perché è anche colpa sua se siamo tornati in India.

II Theyyam è un rituale sacro di danze ancestrali. Ha origini antichissime, addirittura precedenti all'induismo. Calcolando che l'induismo ha più di 3500 anni, stiamo parlando di qualcosa che davvero va indietro nella storia dell'uomo.
In quel periodo, nell'India del sud, era diffusa una cultura dravidica alla cui base c'era l'animismo cioè l'attribuzione di qualità divine o soprannaturali a oggetti, luoghi o esseri materiali.
Tornare in un Paese come l'India solo per vedere una danza? Non era più semplice andare alla Scala a Milano? 
Lo so che qualcuno l'avrà pensato, ma il Theyyam non è né un balletto né una rappresentazione teatrale. È qualcosa che va oltre.
Ma capirlo all'inizio è stato complicato anche per noi. Diciamo che non eravamo affatto preparati a quello che avremmo visto.
(Mi rendo conto che questa frase si applica perfettamente a molte situazioni indiane!)
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Quando siamo arrivati al tempio erano le 18.
Chiuso all'interno di un cortile, con diverse scalinate sui lati, il piccolo tempio era già gremito di gente che gli camminava attorno seguendo un senso orario.
Nulla di troppo affollato considerando la densità di popolazione di questo Paese.
Ci siamo goduti il tramonto e abbiamo scambiato quattro chiacchiere con le altre persone sedute accanto a noi.
"È la sesta sera questa. Ne manca ancora una" mi dice una ragazza.
"Ma quindi è una settimana che non dormite?"
"Esatto!" mi risponde lei.
"Ma quindi dura davvero tutta la notte?"
"Sì, finisce tutto alle 5 di mattina con i fuochi d'artificio. Questo Theyyam è uno dei più grandi e partecipati di tutta la zona."
Arriva il buio e quel "più partecipati" si concretizza davanti ai miei occhi.
Nella piazzetta del tempio si sono radunate migliaia di persone. Sono tutti uomini e bambini, indossano una canottiera bianca e si muovono quasi fossero un fiume al ritmo incessante dei tamburi.
"Adesso arrivano le divinità" mi dice la ragazza di prima, mentre io e Paolo ci guardiamo sconvolti per quella marea di teste nere che si muove.
Ed eccole entrare le tre divinità con dei costumi enormemente ingombranti e i volti completamente dipinti.
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La parola Theyyam significa letteralmente dio, perché durante la danza il Kolam, cioè l'artista, si trasforma in una divinità.
Passare da uomo a divinità ovviamente non è semplice e richiede ore e ore di preparativi.
Tutto inizia con il trucco e la vestizione.
Il volto e il busto del performer vengono dipinti con colori come l'arancione, il nero e il bianco.
Secondo una regola non scritta, devono essere utilizzati solo ingredienti naturali, quindi generalmente si usa un impasto a base di riso e curcuma.
Tutta la preparazione avviene mentre l'artista si trova sopra un tappeto fatto a mano con foglie di cocco perché la trasformazione prevede come primo passaggio l'unione tra il corpo dell'uomo e la natura.
Segue poi il momento di indossare l'abito. Strati e strati di teli rossi, sorretti da bastoncini di bambù. E a concludere un copricapo che può essere alto anche più di un metro.
È tutto estremamente pesante, eccessivo e appariscente. Soprattutto calcolando che dovrà essere indossato per tutta la notte mentre si danza al ritmo forsennato dei tamburi.
Vederlo da molto vicino mi ha piuttosto turbato. Ho osservato quei ragazzi trasformarsi letteralmente in divinità. Il trucco, l'abbigliamento, le danze... ad ogni passaggio lo sguardo sembrava cambiare e persino i lineamenti del volto non erano più gli stessi.
Ma c'è un elemento in più che si aggiunge e che dà a questa trasformazione anche un'altra connotazione.
Tradizionalmente i danzatori appartengono alle caste più povere della società (sì per legge le caste in India non esitono più, ma è ovviamente molto più complesso).
Durante il Theyyam però, impersonificando la divinità, assumono automaticamente il rango più alto e tutti li venerano. È una sorta di rivincita la loro. Gli ultimi che diventano i primi.
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Quello che non scorderò mai di questa esperienza è il suono dei tamburi. Ti entra dentro e ti trasporta. Non riesci a rimanerne indifferente perché accellera o rallenta ma è un sottofondo costante che sembra non spegnersi mai.
Tutto è funzionale a creare uno stato di trans che porta i danzatori e gli spettatori a entrare in una realtà parallela.
Una realtà dove quasi ti sembra normale vedere delle divinità vestite di rosso e argento che combattono nemici, viaggiano o salvano mogli in pericolo.
È tutto assurdo, ma anche estremamente meraviglioso.
Angela (e Paolo)
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