Lecco: una serata con quattro 'testimoni di legalità'

Combattere le organizzazioni criminali dal basso. Con l’impegno quotidiano di ciascuno. Con progetti sociali che offrendo opportunità e diritti alle persone tolga spazio alle mafie. E’ possibile. Alcune esperienze avviate ormai da anni in Sicilia e in Campania lo dimostrano. L’importante è “non mollare” e tradurre la parola legalità con giustizia. E proprio di quelle esperienze si sta parlando i questi giorni a Lecco. 
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La città sta ospitando una serie di appuntamenti proprio con i rappresentanti di alcune associazioni operanti tra Palermo e Napoli: hanno incontrato gli studenti delle scuole superiori e oggi pomeriggio saranno ospiti del “Giglio” di Pescarenico, lo spazio di incontro realizzato in quella che era una pizzeria confiscata alla ‘ndrangheta. Spazio che, in questo modo, dà il via alle iniziative per festeggiare i dieci dall’apertura. Ieri sera, invece, il ritrovo è stato in sala Ticozzi.
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Paolo Lanfranchi
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Alberto Bonacina

A raccontare l’impegno di questi anni, un impegno spesso silenzioso e che purtroppo – è stato detto – non fa notizia sui giornali, sono stati Francesca Vannini dell’associazione “Addio pizzo” di Palermo, Giuseppe Scognamiglio della cooperativa “Giancarlo Siani” di Ercolano, Antonia Mastromo della cooperativa “La Paranza” del rione Sanità a Napoli, Mario Civitaquale dell’associazione “Chi rom e chi no” di Scampia.seratamafie__2_.JPG (1.16 MB)
A dialogare con loro, Alberto Bonacina, coordinatore provinciale lecchese di “Libera” (l’associazione contro le mafie fondata trent’anni fa da don Luigi Ciotti), e Paolo Lanfranchi, sindaco di Dolzago e coordinatore di “Avviso pubblico” che raccoglie gli amministratori per un impegno contro le infiltrazioni mafiose. 
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Mattia Micheli
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Mauro Gattinoni

Alla serata hanno portato il loro saluto il vicepresidente provinciale Mattia Micheli che ha sottolineato l’importanza di un lavoro di sensibilizzazione come quella di questi giorni nei confronti dei giovani, e il sindaco Mauro Gattinoni, il quale ha ricordato come ormai da tempo, la criminalità organizzata non sia più un fenomeno di alcune regioni del Sud ma abbia messo radici anche al Nord.
Poi, le testimonianze.
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Francesca Vannini di “Addio pizzo” di Palermo

La situazione di Palermo oggi non è più quella degli anni Ottanta, ai tempi dei corleonesi, quando si sparava per le strade. Quel mondo è finito negli anni Novanta. E dopo il passaggio del periodo delle stragi, la mafia ha optato per la sommersione, per far parlare meno ma per fare molti più affari e diventare una potenza economica. A Palermo rimangono i legami con gli strati più disagiati della popolazione, ci sono ancora molte aree degradate che rimangono un terreno fertile per la criminalità che è punto di riferimento per trovare lavoro o per gli affari dei piccoli commercianti. Il legame sociale con la mafia rimane forte laddove non sono garantiti i diritti delle persone. Ecco perché più di legalità bisogna parlare di giustizia, anche per combattere quella generica cultura dello status quo e convincere la popolazione che occorre un impegno in prima persona, che non si può continuare a delegare ad altri. Le cose cominciano a cambiare nel 1990 con Libero Grassi, l’imprenditore che si rifiuta di pagare il pizzo, lo dice apertamente e invita gli altri imprenditori palermitano a imitarlo. Ma viene sconfessato da tutto il sistema imprenditoriale, la Confindustria siciliana addirittura dice che è un pazzo in cerca di pubblicità. Nell’agosto del 1991, Grassi viene ucciso ed è un pugno nello stomaco per tutta l’imprenditoria palermitana a fa da monito, così che per quindici anni cala il silenzio. Finché un giorno non compaiono centinaia di adesivi per le strade di Palermo, adesivi che dicono non essere civile un paese dove si paga il pizzo. Chi c’è dietro? Il caso. Un gruppo di sette ragazzi che decide di aprire un ristorante e si trova a fare i conti con il pizzo: è lo stesso commercialista che dice loro di accantonare una cifra per quello. E allora cominciano ad attaccare adesivi e striscioni. Nasce l’associazione “Addio pizzo”. Una volta raggiunto un numero importante di adesioni, invitano la gente a comprare da chi non paga il pizzo, raccolgono firme, convincono cento imprenditori ad aderire a una rete, oggi c’è una guida che raccoglie un migliaio di aziende. E nel 2010 nasce l’associazione “Addio pizzo travel” per vendere pacchetti turistici che coinvolgono aziende che non sottostanno alle estorsioni, che espongono la vetrofania “Io non pago il pizzo”, che formano una rete che diventa punto di riferimento per le gite scolastiche. Cercando di creare un turismo sostenibile, in equilibrio tra le esigenze dei viaggiatori, delle comunità e degli operatori, facendo lavorare la gente del posto e non le multinazionali, rendere la bellezza dei luoghi ma anche delle persone che li abitano e cioè non soffermarsi solo sui monumenti, ma anche incontrare qualcuno dell’associazione, per non perdere un pezzo di storia. Oggi, il 90% degli imprenditori il pizzo non lo paga più, anche se molti hanno ancora timore a dirlo.
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Giuseppe Scognamiglio della cooperativa Siani di Ercolano
Fin dalla fine della guerra la zona del Vesuviano è stata individuata dalla camorra come zona strategica per i suoi traffici. Negli anni Ottanta e Novanta era diventata la principale piazza di spaccio del Mezzogiorno. Poi, sparendo il contrabbando di sigarette e sceso lo spaccio, sono cominciate le faide tra famiglie, la città si è impoverita ed è diventata violenta, si è sgretolata socialmente e si è toccato il fondo. La scelta era tra l’andarsene e il reagire. E allora c’è stato uno scatto d’orgoglio. Punto di riferimento uno spazio confiscato alla camorra e che per due o tre anni era stato rifiutato. E mentre veniva sequestrata Radio Nuova Ercolano che era chiamata Radiocamorra, in quello spazio abbiamo aperto una radio alternativa poi chiamata Radio Siani intitolandola a Giancarlo Siani (il cronista di 26 anni ucciso per le sue inchieste dalla camorra nel 1985), abbiamo innescato processi virtuosi e anche fatto partire molte denunce. Dopo un anno di attività, di comunicazione radiofonica e di volantinaggi, i social non avevano ancora la diffusione di oggi, ci siamo accorti che non bastava. Successe quando venne ucciso Salvatore Barbaro: sembrava la solita vittima di una faida tra clan e invece si trattava di uno scambio di persone. Abbiamo fatto una campagna massiccia per sensibilizzare i cittadini, dicendo che farsi i fatti propri non ti salvava, che potevi morire comunque. Abbiamo promosso una marcia, avviato un centro culturale, laboratori, scuole per i bambini, molti dei quali abbandonati a sè stessi, arrivavano armati di coltello. Neanche noi ci eravamo accorti della gravità della situazione. Noi siamo sul mare, ma c’erano bambini che non uscivano dall’isolato e il mare non lo avevano nemmeno mai visto. Abbiamo promosso cooperative sociali, attività imprenditoriali
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Antonia Mastromo della “Paranza” di Napoli 
Ci sono stati anni in cui nel rione Sanità si rischiava a camminare per strada, perché c’erano “stese” ogni giorno, la sera c’era addirittura il coprifuoco. Io studiavo in un liceo del centro e mi vergognavo a dire dove abitavo, non potevo invitare a casa gli amici. A un certo punto tutti erano stanchi, erano troppe le vittime giovani di quella situazione, il rione si è ribellato. La cooperativa “La Paranza” è nata dall’idea di don Antonio Loffredo per offrire lavoro ai giovani valorizzando il patrimonio storico e artistico del quartiere che assieme al patrimonio umano dei disoccupati poteva diventare una risorsa. Creare lavoro è l’unico strumento che abbiamo per combattere la criminalità. Quest’anno “La Paranza” compie vent’anni e il suo modello si sta replicando anche nel centro storico di Napoli. Il rione Sanità era un paese a sé, una comfort-zone ma anche una gabbia. Abbiamo cominciato a viaggiare, a cercare quello che di bello c’era fuori per portarlo dentro. Quando abbiamo cominciato eravamo tutti i giovani. Di solito si richiede una formazione preventiva. Nel nostro caso, siamo partiti al contrario: ci è stata data immediatamente la responsabilità di quei luoghi. Eravamo ancora arrabbiati e volevamo andarcene e poi abbiamo scoperto la bellezza dei nostri luoghi e abbiamo detto “basta!”». Un giorno, all’infopoint si è presentato uno di “loro”, ci ha portato il figlio chiedendo se potevamo fargli fare qualcosa. Voi come avreste reagito? Magari il padre voleva solo parcheggiarlo in attesa di sapere dove indirizzarlo. Chissà. Noi lo abbiamo preso. Non chiudiamo le porte in faccia a nessuno. Accogliamo tutti.
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Mario Civitaquale di “Chi rom e chi no” di Scampia
Sembra assurdo che un ragazzo di Scampia si trovi qui a Lecco senza una pistola e non per vendere droga. Perché Scampia era una delle più grandi piazze di spaccio dell’Europa. Oggi, il quartiere che è una città di 100mila abitanti, è pieno di iniziative, anche se non fanno notizia, perché di Scampia si continua a parlare per il degrado o per le case popolari del complesso delle “Vele”. Adesso invece sta partendo il progetto “Mos” che è il primo ecomuseo di Napoli. Scampia è nato negli anni Sessanta come quartiere dormitorio. Prima c’erano solo campi e quindi anni già negli anni Cinquanta avevano cominciato a stanziarsi i rom. Poi tutto è stato cementificato, ma paradossalmente siamo anche l’area con più verde urbano, siamo il polmone di Napoli. E abbiamo il più alto numero di associazioni per chilometro quadrato. Abbiamo inventato il Carnevale sociale che coinvolge decine di migliaia di persone, abbiamo portato il bello e l’arte per le strade. Ora, vogliamo portare ad esempio il modello Scampia che è il contrario del modello Caivano. “Chi rom e chi no”, in napoletano significa “chi dorme e chi no”, e scegliendo questo nome ci siamo richiamati alla prima associazione nata nel quartiere: si chiamava “Gridas” che significava Gruppo per il risveglio dal sonno” e si ispirava al “Sonno della ragione”, il celebre quadro di Francisco Goya, perché se non dormiamo i mostri hanno il sopravvento. Nello stesso tempo “Chi rom e chi no” per favorire un legame tra le due popolazioni. Abbiamo creato una serie di iniziative per aiutare i rom a trovare lavoro, abbiamo aperto scuole e 2014 è stata avviata anche un’impresa sociale gestita solo da donne, rom e non rom, ed è stato aperto l’unico ristorante esistente a Scampia, un ristorante napoletano-rom. Quelle donne hanno creato bellezza. Un altro aneddoto: c’era un parco che era un grande luogo di spaccio, era completamente degradato, in mezzo a palazzoni abitati da diecimila persone. Un gruppo di una decina di ragazzi ha deciso di ripulirlo. Adesso è un parco frequentato dai bambini, c’è una biblioteca all’aperto, ci si va riposare, è un luogo di ritrovo. E ha cambiato il modo di vivere. Gli stessi abitanti danno un piccolo contributo annuo per la manutenzione. E lo da anche chi è legato alla camorra, ai livelli più bassi e di aiuta perché non vuole che i suoi figli facciano la sua stessa vita.
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Come quelle raccontate, ci sono altre esperienze analoghe: una casa editrice a Scampia, una fattoria ad Aversa, la Casa don Peppe Diana a Casal di Principe in una villa confiscata ai clan. E il messaggio che, a fine serata, è stato lasciato ai lecchesi è stato quello di utilizzare la loro esperienza per sapere cosa fare qui.
D.C.
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