Lecco: fuori dal carcere inaugura la Porta della Speranza

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Non solo un nuovo monumento. Quello inaugurato quest'oggi a Lecco, a ridosso del parcheggio Ventina, all'angolo tra Corso Carlo Alberto e via Cesare Beccaria, la via che porta alla casa circondariale, è un simbolo, la concretizzazione plastica dell'inizio di un percorso per restituire persone diverse e non rinunciare mai all'idea che il cambiamento sia sempre possibile.
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Taglio del nastro, questa mattina, all'esterno del carcere di Pescarenico: svelata la terza Porta della Speranza realizzata nell'ambito di un progetto internazionale promosso dalla Fondazione Gravissimum Educationis con il patrocinio del Dicastero per la Cultura e l'Educazione della Santa Sede, in collaborazione con Ministero della Giustizia della Repubblica italiana – Dipartimento amministrazione penitenziaria. Curata dal Comitato Giubileo Cultura Educazione e Rampello & Partners, con il contributo di Fondazione Cariplo, l'iniziativa, su scala nazionale, pone al centro le persone detenute e il loro rapporto con la società, con particolare attenzione ai temi della dignità, del lavoro e del reinserimento. 
Nasce intorno al concetto di soglia, intesa non come limite, ma come spazio di incontro e possibilità. Artisti e protagonisti della cultura contemporanea, provenienti da discipline e linguaggi differenti, sono chiamati a ideare opere in relazione diretta con gli istituti penitenziari. 
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Per Lecco è stato selezionato Joseph Grima, con la sua interpretazione della Porta della Speranza che ha preso forma mettendo il relazione il dentro con il fuori e dunque la comunità carceraria nella sua interezza con le istituzioni del territorio e attraverso loro con la realtà lecchese. Perché, come ribadito dall'assessore Emilio Minuzzo, "il carcere non è un'isola, è parte importante della città". Nel corso di un workshop tenuto nei mesi scorsi sono state dunque posate coralmente le prime piotte, con Grima - noto anche per essere stato il primo  Direttore del Museo del Design Italiano - che ha poi assemblato una porta ad arco, di fattura classica ma allo stesso tempo moderna sposando il concetto della sostenibilità e del riciclo. Il porfido utilizzato è infatti di risulta, come rimarcato tanto dall'artista tanto da monsignor Davide Milani, intervenuto in rappresentanza del Dicastero per la Cultura e l'Educazione della Santa Sede, contrapponendo lo scarto alla narrativa dell'eccellenza che lo genera. "Trattato diventa bellezza", ha asserito dopo aver spiegato come l'arte, anche in un ambiente come una casa circondariale, non è l'effimero. "Il potere dell'arte sta nella possibilità di trasfigurare l'esperienza quotidiana in provocazione per il proprio tempo" ha spiegato, dando un senso anche alla collocazione della Porta della Speranza su una via di transito, quale corso Carlo Alberto: vuole invitare a guardare verso il carcere, a sovvertire l'opinione comune di "mettiamoli dentro e buttiamo via la chiave". E al tempo stesso offrire a chi si trova in detenzione un segno d'attesa. "La speranza non cancella il passato, ma illumina il cammino verso il futuro", è stato detto per bocca degli stessi detenuti. "Non elimina il dolore, ma gli impedisce di essere l'ultima parola". E soprattutto: "non esclude nessuno". "Abbiamo bisogno della speranza, come un pesce dell'acqua limpida".

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Ma un monumento, lo ha detto senza giri di parole la direttrice, dinnanzi ad una platea istituzionale, alla presenza del Prefetto, dei vertici delle forze dell'ordine e dei rappresentanti anche di Provincia e Regione, non basta. Servono relazioni, per rispondere a due esigenze impellenti per ripartire con il piede giusto e con la necessaria dignità, come il lavoro e la casa. "Nessuno da solo può affrontare sfide complesse", il significato dato dunque dalla dottoressa Luisa Mattina alla porta assemblata da Grima pietra su pietra. Con la speranza che, diventa dunque, per la numero uno della casa circondariale lecchese, "la scelta quotidiana di continuare a costruire anche quando è difficile". L'elemento essenziale, quindi, per provare a costruire un futuro diverso.
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Sulla stessa lunghezza d'onda il Vice Capo del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria Massimo Parisi, parlando nella necessità di una cultura dell'esecuzione pena diversa e ricordando come lavoro e casa costituiscono un indirizzo netto per i servizi di accompagnamento al fuori, da potenziare dopo essersi sempre focalizzati sui servizi di accoglienza all'ingresso. "Un reinserimento vero è un problema di sicurezza in meno", la sua chiosa, facendo propria un'espressione spesso ripetuta. 
A.M.
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