Naza a scuola: la pace ha bisogno anche della Verità
Articolo: L’algoritmo e il silenzio: perché “Naza” è un film che ogni studente dovrebbe vedere
Messaggio: La professoressa Toscano ha ragione su molte cose e condivido il suo richiamo. La guerra ci scorre tra le dita alla velocità di un reel. La lentezza e il silenzio possono diventare una forma di resistenza all'assuefazione, mentre l'idea di un pulsante che solleva la coscienza di chi decide dalle conseguenze delle proprie azioni è un monito serio. Un film che porta i ragazzi a fermarsi e a ricordare che l'etica non si delega a una macchina ha certamente un valore. Il problema comincia, però, quando (si) invita a guardare “al di là degli schieramenti”. Perché, parlando di Naza, occorre aggiungere una questione altrettanto importante: non basta interrogarsi su come si combatte una guerra, bisogna anche interrogarsi su come la si racconta e sulle cause che l'hanno generata. Il modo in cui un film sceglie il proprio punto di partenza è già una scelta narrativa e politica. E una scuola non può fingere che non lo sia.
Naza comincia dal 7 ottobre 2023. Da lì in poi tutto appare come una reazione: l'attacco, poi la risposta. Ma per i palestinesi la storia non comincia quel giorno. Viene da molto più lontano: dalla Dichiarazione Balfour del 1917, dalla spartizione della Palestina decisa dalle potenze coloniali, dalla Nakba del 1948 e da decenni di occupazione e negazione dei diritti. Una storia che Arthur Koestler, scrittore ebreo, sintetizzò con una frase rimasta celebre: “Un paese ha promesso solennemente a un secondo paese la terra di un terzo paese”. Togliere questo sfondo cambia inevitabilmente il senso di ciò che si vede.
Il 7 ottobre non può essere cancellato né minimizzato. Ma non può neppure diventare il punto da cui tutto comincia. Il rischio è che una riflessione apparentemente universale sull'etica lasci sullo sfondo proprio la questione fondamentale: la storia dell'occupazione palestinese, la negazione dei diritti di un popolo e l'asimmetria di potere tra chi occupa e chi vive sotto occupazione.
Anche definire Naza uno strumento utile per chi si avvicina per la prima volta alla questione palestinese, studenti in primis, non risolve il problema. Semmai lo rende più delicato. Perché chi è neofita non dispone ancora degli strumenti per riconoscere ciò che manca alla narrazione e correggerne l'inquadratura. È questa la critica da porre: non tanto ciò che il film mostra, quanto ciò che lascia fuori, le omissioni, il contesto storico e le parole che sceglie di non pronunciare.
C'è poi un'altra domanda, che credo possa trovare spazio anche nella riflessione della professoressa: quanto dolore palestinese abbiamo bisogno di vedere per solidarizzare? Un padre che cerca i figli tra le macerie, esposto allo sguardo pietoso di milioni di persone, rischia di trasformare il dolore in spettacolo e di sostituire la comprensione con la compassione. Ma la pietà per le vittime, per quanto necessaria, non può sostituire la comprensione delle ragioni storiche e politiche della loro sofferenza.
La responsabilità etica, dunque, non riguarda soltanto chi preme un pulsante davanti a uno schermo. Riguarda anche chi racconta, chi sceglie le immagini, chi ricostruisce i fatti e chi ascolta.
La pace non è un concetto astratto e non può essere nemmeno una richiesta di sospendere il giudizio sulle responsabilità. Condannare il terrorismo e la morte dei civili senza distinguere responsabilità e rapporti di forza non significa essere neutrali: significa rischiare di non capire. E forse è proprio questo il passaggio che una scuola dovrebbe aiutare i ragazzi a compiere: non soltanto imparare a indignarsi davanti alla guerra, ma sviluppare gli strumenti per riconoscerne le cause, le responsabilità e le diverse narrazioni.
Se Naza non riesce a offrire tutto questo, suggerirei allora (anche) un altro film: Palestina 36, di Annemarie Jacir, che riporta lo sguardo alle radici storiche della questione palestinese.
Ma, ancora più di un film, credo che ai ragazzi serva conoscere la testimonianza, il racconto e la vita di un giovane uomo straordinario: Vittorio “Vik” Arrigoni. Un sognatore, un testimone, un uomo che ha scelto di stare accanto a un popolo e di raccontarne la realtà, senza smettere di credere nell'umanità. Ci ha lasciato un insegnamento che oggi conserva tutta la sua forza: Restiamo Umani.
Messaggio: La professoressa Toscano ha ragione su molte cose e condivido il suo richiamo. La guerra ci scorre tra le dita alla velocità di un reel. La lentezza e il silenzio possono diventare una forma di resistenza all'assuefazione, mentre l'idea di un pulsante che solleva la coscienza di chi decide dalle conseguenze delle proprie azioni è un monito serio. Un film che porta i ragazzi a fermarsi e a ricordare che l'etica non si delega a una macchina ha certamente un valore. Il problema comincia, però, quando (si) invita a guardare “al di là degli schieramenti”. Perché, parlando di Naza, occorre aggiungere una questione altrettanto importante: non basta interrogarsi su come si combatte una guerra, bisogna anche interrogarsi su come la si racconta e sulle cause che l'hanno generata. Il modo in cui un film sceglie il proprio punto di partenza è già una scelta narrativa e politica. E una scuola non può fingere che non lo sia.
Naza comincia dal 7 ottobre 2023. Da lì in poi tutto appare come una reazione: l'attacco, poi la risposta. Ma per i palestinesi la storia non comincia quel giorno. Viene da molto più lontano: dalla Dichiarazione Balfour del 1917, dalla spartizione della Palestina decisa dalle potenze coloniali, dalla Nakba del 1948 e da decenni di occupazione e negazione dei diritti. Una storia che Arthur Koestler, scrittore ebreo, sintetizzò con una frase rimasta celebre: “Un paese ha promesso solennemente a un secondo paese la terra di un terzo paese”. Togliere questo sfondo cambia inevitabilmente il senso di ciò che si vede.
Il 7 ottobre non può essere cancellato né minimizzato. Ma non può neppure diventare il punto da cui tutto comincia. Il rischio è che una riflessione apparentemente universale sull'etica lasci sullo sfondo proprio la questione fondamentale: la storia dell'occupazione palestinese, la negazione dei diritti di un popolo e l'asimmetria di potere tra chi occupa e chi vive sotto occupazione.
Anche definire Naza uno strumento utile per chi si avvicina per la prima volta alla questione palestinese, studenti in primis, non risolve il problema. Semmai lo rende più delicato. Perché chi è neofita non dispone ancora degli strumenti per riconoscere ciò che manca alla narrazione e correggerne l'inquadratura. È questa la critica da porre: non tanto ciò che il film mostra, quanto ciò che lascia fuori, le omissioni, il contesto storico e le parole che sceglie di non pronunciare.
C'è poi un'altra domanda, che credo possa trovare spazio anche nella riflessione della professoressa: quanto dolore palestinese abbiamo bisogno di vedere per solidarizzare? Un padre che cerca i figli tra le macerie, esposto allo sguardo pietoso di milioni di persone, rischia di trasformare il dolore in spettacolo e di sostituire la comprensione con la compassione. Ma la pietà per le vittime, per quanto necessaria, non può sostituire la comprensione delle ragioni storiche e politiche della loro sofferenza.
La responsabilità etica, dunque, non riguarda soltanto chi preme un pulsante davanti a uno schermo. Riguarda anche chi racconta, chi sceglie le immagini, chi ricostruisce i fatti e chi ascolta.
La pace non è un concetto astratto e non può essere nemmeno una richiesta di sospendere il giudizio sulle responsabilità. Condannare il terrorismo e la morte dei civili senza distinguere responsabilità e rapporti di forza non significa essere neutrali: significa rischiare di non capire. E forse è proprio questo il passaggio che una scuola dovrebbe aiutare i ragazzi a compiere: non soltanto imparare a indignarsi davanti alla guerra, ma sviluppare gli strumenti per riconoscerne le cause, le responsabilità e le diverse narrazioni.
Se Naza non riesce a offrire tutto questo, suggerirei allora (anche) un altro film: Palestina 36, di Annemarie Jacir, che riporta lo sguardo alle radici storiche della questione palestinese.
Ma, ancora più di un film, credo che ai ragazzi serva conoscere la testimonianza, il racconto e la vita di un giovane uomo straordinario: Vittorio “Vik” Arrigoni. Un sognatore, un testimone, un uomo che ha scelto di stare accanto a un popolo e di raccontarne la realtà, senza smettere di credere nell'umanità. Ci ha lasciato un insegnamento che oggi conserva tutta la sua forza: Restiamo Umani.
Paolo Trezzi




















